di Isabella e Linda giugno/luglio 2024
Quest’anno si è pensato di variare un po’ sul tema: non solo la combinazione di ottime spiagge, montagne e villaggi tipici, persino unici, che pure ha riempito di meraviglia e gioia il viaggio dello scorso anno a Karpathos, ma piuttosto prevale la voglia di conoscere nuove tradizioni, cittadine, paesaggi e musei, quindi iniziamo a “studiare” una Grecia meno turistica e al momento meglio preservata, perché non servita da voli charter né diretti.
La scelta ricade su due isole grandi e diversissime tra loro, che in realtà erano da anni in lista d’attesa, ed io, che sono in genere l’organizzatrice, inizio ad accarezzare l’idea di combinarle in un unico viaggio nemmeno troppo capiente, cioè dieci pernottamenti: contro ogni razionalità, durante una sera invernale colgo una discreta offerta e prenoto un “multileg” dal sito Aegean per fine giugno-inizio luglio, che ci porterà in andata a Lesvos (4 giorni per cogliere solo alcune delle sue molte anime) e con ritorno da Chios (6 giorni concentrati quasi esclusivamente nel territorio dei Mastichochorià).
La tratta prevede il cambio di aeromobile a Salonicco, dove saliamo sul bimotore a elica Olympic che passa in vista del Monte Athos: cerco di spiegarne la “mentalità” a nostra figlia Linda di 8 anni – io e lei non potremo avvicinarci più di così – la quale appare al momento un po’ perplessa.
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Monte Athos |
Il diario di Ornella, su Lesvos in particolare, ha avuto un ruolo importante nella scelta e nel progetto di itinerario; lì potete trovare più esaustive note storiche e letterarie – anche sull’interessante romanziere Myrvilis – mentre io darò maggior peso ai risvolti pratici.
Aggiungo che anche lei ha imparato ad annotare luoghi e impressioni, ha realizzato il suo diario da portare a scuola, fornendo spunti anche per il mio.
LESVOS
La relativa disorganizzazione e lo scarso orientamento al turismo non domestico – comitive di tedeschi a parte, ma quelle seguono i loro percorsi definiti - si nota subito all’arrivo: prima il disbrigo delle formalità di noleggio auto sul cruscotto della vettura (di tipo diverso rispetto alla prenotazione, ma relativamente accettabile), poi il cambio di alloggio.
Avremmo dovuto trascorrere la prima notte nel centro del capoluogo, ma “causa infiltrazioni” ci assegnano un hotel 4 stelle della stessa proprietà, inclusa colazione ed ovviamente senza sovrapprezzo.
L’hotel Heliotrope, moderno e confortevole, con appunto comitive organizzate di tedeschi, si trova nella zona periferica residenziale di Varià, su un mare mosso di scogliera, ma proprio nel quartiere in cui sono ubicati due piccoli musei già in programma per il mattino dopo, quindi tutto sommato va anche bene.
Dopo aver preso possesso della stanza, poiché il mare nei dintorni appare poco praticabile per forte vento e scogli, approfittiamo dell’inattesa piscina con vista per rinfrescarci, e ci avviamo per visitare il capoluogo Mitilini dal tardo pomeriggio in poi.
Gli interessanti edifici d’epoca, pubblici e privati testimoni della prospera committenza, si susseguono alternando differenti stili, espressione del suo periodo più fiorente cioè la seconda metà dell’Ottocento ed il primo Novecento: uno stile eclettico, di ispirazione europea ma in salsa inequivocabilmente locale, classicheggianti con concessioni neogotiche e rinascimentale.
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Esempio di edificio d’epoca a Mitilini |
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Lungomare di Mitilini |
Il Castello contiene testimonianze importanti della storia dell’isola, che è molto legata al continente e si nota dalla storia, dall’architettura, dai costumi e forse anche dalla presenza dei cavalli, nei villaggi.
La fortezza fu costruita nel VI secolo e nel 1355 fu ristrutturata dalla famiglia genovese Gattilusio; nel 1462 venne preso e adattato dagli Ottomani. Si divide in tre parti: le due inferiori sono aggiunte turche mentre quella più alta è ciò che rimane della struttura originale. In cima alla fortezza che venne innalzata la bandiera greca dopo lo scoppio della guerra d’indipendenza dai turchi.
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Castello di Mitilini |
Ai piedi del Castello, oltrepassata una pineta, si arriva alla spiaggia cittadina, dove con un euro si accede a tutti i servizi, ombrelloni compresi; per essere una spiaggia urbana e non lontana dal porto, dal punto di vista paesaggistico non è affatto male.
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Spiaggia del capoluogo |
Torniamo verso il porto, oltrepassiamo le navi militari e l’avamposto di Frontex con un campo tende vuoto (si incontrano talvolta segni evidenti di ciò che l’isola rappresenta negli equilibri del Mediterraneo), e torniamo sul lungomare dove, in una piccola agenzia, ritiro i biglietti del traghetto – prenotato da casa su paleologos.gr - che fra pochi giorni ci porterà a Chios. Poi ci addentriamo nei vicoli suggestivi e curati, in pietra con dettagli colorati e gradevoli pergolati di vite ad ogni angolo: sotto uno di questi, ecco la taverna per la nostra cena: subito appare chiaro che a Lesvos la cucina è ottima e varia, sopra la media greca come qualità ma al di sotto come prezzo.
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Vicoli |
Dopo cena, ancora con il chiaro, ci avviamo nel corso “commerciale”, che porta verso l’interno, e qui dispiace vedere come la crisi e la non meritata fama dell’isola abbiano colpito: attività chiuse forse da tempo, inclusi studi medici ed uffici vari, mentre invece (leggo il greco) ferve per fortuna l’attività dei centri culturali, delle associazioni e scuole di musica.
La mattina dopo, immersi in un uliveto in una insospettabile zona residenziale di Varià, dove alloggiamo, visitiamo il primo dei due musei in programma: il Museo Thèriade, che conserva fra l’altro stampe e litografie di Mirò, Matisse e Chagall, ma non solo. Tra i le varie opere noto e mi soffermo a lungo sulla veduta di una strada ampia di Mitilini, tela di un pittore locale, che mi colpisce perché sembra sospesa nell’aria rarefatta e mi ricorda Hopper benchè priva di figure umane.
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Arte astratta a Varià |
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Arte astratta a Varià |
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Arte figurativa: scorcio del capoluogo, di Yannis Tsarouchis |
La seconda visita riguarda il Museo Theofilos, dedicato alla pittura tradizionale e naif dell’omonimo autore: il custode è generoso di spiegazioni; quanto a me, lascio parlare qualche foto.
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Questi ritratti sono anche una testimonianza di costumi, danze e strumenti d’epoca |
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Petra con il suo monastero “sulla pietra”, ancora esistente |
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Skala Sikamineas, prima che venisse edificata la chiesetta votiva alla “Madonna Sirena” |
E’ tempo di avviarsi, a tappe, per raggiungere la costa settentrionale.
Le strade sono ottime e poco frequentate, regalano paesaggi variegati ed attraversano graziose cittadine, come Maindamados con i cavalli legati ai cigli delle strade e la tradizione delle ceramiche. A destra, cioè a est, spesso la vista ogni tanto si apre su spiagge color biscotto talvolta leggermente attrezzate, orlate di vegetazione o immerse in un paesaggio di ulivi, ai piedi delle colline, graziose e invitanti: una lo è particolarmente, con piccole palme tozze; il mare ancora molto mosso per il vento appare quasi di un blu elettrico nella luce del mattino. Qui i colori sono caldi e morbidi, tipici a tal punto che, ormai, dopo poche ore di permanenza, li riconoscerei come appartenenti solo a questo angolo di Mediterraneo.
Quando ci fermiamo per ammirare una spiaggia in lontananza è presente solo il rumore del vento.
Ci fermiamo al Monastero degli Arcangeli per visitare l’icona di San Michele: è domenica mattina, è in corso una liturgia battesimale ed il luogo è allegramente frequentato anche nei dintorni, c’è anche un piccolo mercato artigianale e un chiosco dove ci rinfreschiamo con una bibita.
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Monastero degli Arcangeli |
Proseguiamo in direzione di un piccolo porto: Skala Sikamineas: qui, dopo le vicende di alcuni drammatici sbarchi, nel 2015 alcune signore anziane furono candidate al Nobel per la pace. Il villaggio fu dimora del romanziere Myrvilis, è davvero suggestivo, viene voglia di passarci tanto tempo anche come base per camminare sulle verdi colline retrostanti, vanta ottime taverne di pesce frequentati dai locali (e oggi da noi) e, in fondo ad un piccolo molo, la chiesetta della Panagia Gorgona, la “Madonna sirena” protettrice di chi prende il mare.
Risulta più difficile del previsto staccarsi da questo porticciolo e dalla sua chiesetta che vide naufragi sin dal tempo dello scambio di popolazioni greco-turche: molti greci fuoriusciti dall’impero ottomano a seguito dello scambio del 1922 si insediarono qui.
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Skala Sikamineas, |
Decidiamo poi di passeggiare e prendere un caffè nel villaggio soprastante e panoramico di Sikaminea, che dista una decina di minuti in auto: la temperatura è accettabile, mitigata dalla brezza, l’aria limpida, ma ovviamente il cafeneio è chiuso per siesta.
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Sikaminea |
Quindi ci avviamo alla meta finale: Molyvos.
Già arrivando in vista, lo scorcio del castello che domina le fitte casette, tipicamente lesbiane, è di particolare suggestione: la cittadina, splendidamente conservata anche nell0interno delle case patrizie, è uno degli insediamenti più affascinanti dell’isola, con il castello veneziano, case colorate o in pietra, un porto pittoresco, bagni ottomani, una stretta e modesta spiaggia cittadina compensata da un lungomare di alcuni chilometri posto in posizione rialzata quasi fosse una grande terrazza.
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Moni Ypsilou visto dalla strada |
Ci viene incontro in motorino Iannis, il proprietario degli studios prenotati in pieno centro, il quale annuncia overbooking per la prima delle tre notti previste, ma ci offre sconto, colazioni per i tre giorni e aiuto a traslocare il giorno successivo – il centro è interdetto alle auto e pieno di scalini e salite ciottolose; nel frattempo ci guida verso una struttura sostitutiva fuori città, sul mare di Eftalou a pochi passi dalla zona termale, a circa 10 minuti d’auto.
La villetta è in un uliveto e giardino, ha comodo parcheggio e una terrazza sul mare: alla fine decidiamo di restarvi per tutte le tre notti e lo comunichiamo a Iannis la mattina successiva. Visto che in ogni caso ci muoveremo sempre in auto, a questo punto tanto vale averla sotto casa e utilizzarla anche per recarsi a visitare Molyvos, cosa che facciamo quello stesso pomeriggio, sul tardi, dopo un bagno (freddo) e passeggiata nella vicina e comoda spiaggia di Petra, tranquillissima in quel pomeriggio di giugno, e dove gli ombrelloni sono ancora gratuiti con consumazione… acquistiamo generose coppe di yogurt, miele e frutta fresca, mentre l’acqua naturale e la doccia ci vengono offerte.
Anche il borgo merita una passeggiata, con il suo monastero detto “della Madonna del bacio” che si staglia sopra un’altura che ricorda in piccolo le Meteore.
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Veduta di Petra |
Il giorno seguente, di buon mattino, ci avviamo verso ovest: la prima tappa, dopo almeno un’ora d’auto che attraversa paesaggi dapprima lussureggianti punteggiati di villaggi tipici, e gradualmente desertici, è il Monastero Ypsilou, sulla cima del vulcano spento le cui eruzioni contribuirono a fossilizzare la foresta circostante. Il nome significa, appunto, alto.
Perso nel nulla di ciò che di fatto è un deserto, sferzato dal vento, su quella cima, tra quelle mura fortificate abitate da pochi monaci, è difficile non concedersi una mezz’ora tranquilla di meditazione, riposo e... merenda con biscotti al miele e frutti portati al sacco.
I monaci offrono acqua e liquore.
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Affaccio dal Monì Ypsilou |
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Monastero Ypsilou visto dalla strada |
La foresta pietrificata occupa un’area molto ampia, circa 15000 ettari: “a unique testament to the ecosystem that once existed in the Aegean region during the Miocene Epoch”, riporta la pagina Unesco https://whc.unesco.org/en/tentativelists/5858/
Alcuni fossili sono in piedi come tronconi mozzi, altri sono orizzontali. Per apprezzarne l’entità, occorre visitarla in auto fermandosi nei punti d’interesse segnalati; da non dimenticare cappello e acqua anche se il vento talvolta mitiga il clima torrido.
E’ tutelata per la sua unicità e vastità in Europa, è seconda solo all’omonimo fenomeno in Arizona, e costituisce un fenomeno molto interessante per adulti e bambini, specie se visitata nei giusti orari e corredata dal Museo di Sigri.
Allestito con i fondi Unesco, con ricche didascalie e reperti, attività esperienziali per i bambini e persino un simulatore di terremoto, è un corredo necessario (e fresco!) al sito archeologico, poiché offre un quadro esaustivo di queste importanti testimonianze della natura, rimasta sommersa dalle ceneri del vulcano in cima al quale sorge il già citato Monì Ypsilou.
Nella nuova superstrada in costruzione, che credo porti alla città “delle sardine” di Kalonì, abbiamo visto al lavoro squadre di archeologi che classificano i reperti che continuano ad emergere.
Ci fermiamo poi, per pranzo e pomeriggio balneare, nella sottile ma graziosa spiaggia di Sigri, che ha l’atmosfera un po’ da “ultimo avamposto”, con le sue casette bianche ma di stile continentale, un mulino solitario, il Castello Nero sul promontorio e nulla intorno, se non un paio di semplici taverne a contorno della sottile lingua di sabbia dall’acqua cristallina. Il luogo è semplice e familiare, siamo gli unici stranieri. Dopo pranzo cammino da sola per le stradine tranquillissime fino all’imponente castello nero edificato dagli Ottomani, un percorso pianeggiante e mitigato da una brezza lieve, perfetta.
La popolazione di Sigri è stata, nei secoli, musulmana, fino al già citato scambio di popolazioni greco-turco degli anni Venti, quando venne del tutto sostituita dai rifugiati greci provenienti dal Ponto.
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Spiaggia di Sigri |
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Passeggiata a Sigri |
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Sigri: Castello nero |
Nel tardo pomeriggio ci attende circa un’ora di strada fino al comodo studio (menomale che abbiamo deciso di non cambiarlo con quello che avevo prenotato in pieno centro!), dopo di che usciamo per visitare Molyvos.
Conosciuta anche come Mithymna,la cittadella medievale si stende ad anfiteatro su un pendio sormontata dal castello veneziano sapientemente illuminato di notte. Ma siamo a fine giugno ed è ancora chiaro: le case in pietra e i tetti di tegole guardano il crepuscolo, all’interno si intravedono a tratti stanze finemente decorate.
Pur essendo luogo turistico, non ho avuto la percezione che fosse “eccessivo”: addentrandosi nei vicoli coperti a tratti da tralci di vite, si incontrano pochi negozietti e taverne che poi si affacciano dal lato esterno a picco sul mare al tramonto, il cibo ottimo e vario.
Più sotto, al livello del grande parcheggio all’ingresso del borgo, alcuni hotel in stile tradizionale e negozi si affacciano sul “lungo-lungo mare”, che rimane a mezza costa della collina e che poi scende culminando nel porto dove finisce il paese: per percorrerlo dal parcheggio occorre circa mezz’ora, al porto si incontrano diversi bar e un po’ di piacevole “movida”. Lascio però le foto alla visita mattutina, nella luce migliore.
Anche la mattina successiva si parte presto per arrivare, dopo oltre un’ora (Lesbo non è un’isola da pochi giorni ma noi abbiamo il dono della sintesi), alla località di Skala Eresou; l’isola ci ha già completamente conquistato con la sua varietà, i colori ed il taglio di luce peculiari che mi ricordano il Portogallo e l’oceano, l’ampio respiro - non saprei come definire altrimenti ciò che trasmette, tanto che chilometri e relative alzatacce non pesano eccessivamente, neppure a Linda che ha imparato fin da piccola a “ricaricarsi” senza tante storie con un sonnellino pomeridiano in spiaggia o in auto durante gli spostamenti.
Il carattere vulcanico della parte occidentale dell’isola si manifesta nelle sfumature grigio ocra della spiaggia sabbiosa,che si estende per quasi tre chilometri da un piccolo porto a est fino al promontorio a ovest, ma che nelle ore centrali acquista una piacevole tonalità tra il dorato ed il bianco opale: per una parte è contornata da tamerici e macchia mediterranea (scegliamo un ombrellone in questa parte tranquilla a 8 euro per la giornata), dall’altra ospita barettini hippie e simil-caraibici su palafitte, comunque poco impattanti anzi molto piacevoli con frasche e decorazioni di legno dipinto, reti e conchiglie.
Pranziamo e passeggiamo per il lungo insediamento, a metà del quale si trova una piccola piazza, mentre all’inizio c’è un canale con le tartarughe che si avvicinano incuriosite a chi passeggia.
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Skala Eresou |
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Spiaggia di Skala Eresou, ampia e ariosa |
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Chioschetti su palafitte |
Si tratta del luogo di nascita di Saffo, e l’atmosfera è molto particolare, libera e frizzante.
Il villaggio ospita eventi alternativi durante tutta l'estate, tra cui lezioni di tai-chi, reiki, shiatsu o massaggio ayurvedico. Ogni settembre vi si tiene un "festival delle donne".
Giungendo al lato opposto della spiaggia, si incontra un porticciolo con le installazioni artistiche dedicate alla Poetessa.
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Installazioni a Saffo |
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Installazioni a Saffo |
Il viaggio di ritorno, dopo questa rilassante giornata (decidiamo di cenare qui sul presto in modo da rientrare col chiaro), lo prendiamo molto tranquillamente, attraversando Eressos e altri villaggi interni abitati tutto l’anno, ognuno dei quali meriterebbe una sosta: il mio preferito, che sembra sfilare a vetrina lungo la strada ma in posizione defilata ed arretrata con le sue case tradizionali ma anche alcuni edifici importanti, è Vatousa.
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Vatousa, vista mattutina |
La mattina seguente è l’ultima sull’isola: ci attende la visita al castello di Molyvos, opera dei veneziani, con aggiunte e restauri successivi durante l'occupazione ottomana, costruito sul sito dell'acropoli dell'antica città di Mithimna; il museo non è ancora pronto, ma la mole è imponente di per sé e la vista è superba.
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Veduta dal Castello di Molyvos |
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Scendendo dal castello |
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Molyvos, case tradizionali |
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Vicoli imbreggiati, credo da glicini |
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Angolo di riposo |
Quindi riprendiamo l’auto e la ripartiamo nell’uliveto del nostro alloggio, recandoci a piedi in una delle tante calette sassose dei dintorni: la prescelta ha abbastanza inutili ma carini ombrelloni di uncinetto bianco, fruibili con consumazione: optiamo tutti per un’insalata greca al soprastante sfiziosetto bar.
Non può mancare una passeggiata e bagno alle terme abbandonate di Eftalou, dove in alcuni punti si percepisce acqua tiepida in mare, mentre edificio e vasca termale coperta dalle cupole bianche, sono completamente abbandonati ed in stato di degrado.
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Terme di Eftalou. |
Ritroviamo Iannis nel primo pomeriggio per lasciare l’alloggio: per scusarsi del disguido overbooking ci aveva offerto 3 colazioni concordandole con un vicino albergo.
Spero che l’isola, pur poco organizzata, mantenga questo spirito cordiale e cortese, che supplisce ad ogni piccolo disagio.
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Traghetto Lesvos - Chios |
CHIOS
Un’ora dopo siamo al check in della nave per Chios, dopo aver attraversato paesaggi variegati di olenadri, uliveti, frutteti, faggete montane in vista e persino una zona umida tutelata con i fenicotteri; rendiamo l’auto al noleggiatore che ci attende al molo.
La traversata durerà tre ore di mare piatto, trascorse tra il ponte al tramonto “turco” e le comode sale troppo raffrescate, dove ceniamo con panini e frutta guardano le lucine del lungo agglomerato urbano del capoluogo che i locali chiamano Chora, che sfila con i suoi sobborghi e che non appare certo suggestivo o invitante nel momento in cui si apre il portellone.
Ci rechiamo al non lontano ufficio del nolo auto trascinando trolley e zainetti, indi prendiamo possesso del nuovo mezzo; ci attende una buona mezz’ora al buio per raggiungere Pyrgì, dove alloggeremo sei notti all’originale Xista Manor House (R).
Lungo il percorso non posso fare a meno di notare il sobborgo in pietra locale “sanguigna” di Kambos, sui cui dirò meglio: nonostante stanchezza e tarda ora non si riesce a perdere un dettaglio di Grecia!
Al villaggio ci attende la proprietaria, parlante solo greco, della fetta di casa di paese che abbiamo affittato (che parla solo greco, mi presenta a mezzo vicinato entusiasta poiché anche io lo parlo poco e male, ed anche perché sono molto accoglienti con i bambini): nella mezz’ora successiva mi cimento a comprendere i vari dettagli pratici dell’alloggio “verticale”, strapieno di oggetti di famiglia – ma lo sapevo! Fa parte del suo fascino, nonostante il nome altisonante è semplice e ha un prezzo onestissimo.
Incurante della tarda ora e dell’evidente stanchezza di Linda, la signora mi spiega pure come mescere la bevanda al masticha che gentilmente ci omaggia, assieme alla verdura del suo orto, pane, caramelle e cosmetici sempre alla masticha ed il necessario per la colazione, il tutto derivante da puro senso dell’ospitalità e dell’accoglienza.
Inoltre abbiamo a disposizione lavatrice e attrezzature da portare in spiaggia, ben tenute e pulite, incluso persino un piccolo frigo da auto. I tessili della casa sono di corredo ricamato, c’è un vecchio giradischi, soprammobili, libri illustrati anche di pregio. Ci meravigliamo della fiducia nell’affittare una casa così dotata di cimeli familiari.
La mattina successiva ci svegliamo ben riposati alle 9 con i piacevoli rumori del vicolo, è il momento di spendere qualche parola sul villaggio e sulle case tradizionali.
L’anno scorso ho trovato tramite Google solo 5 case in affitto nel villaggio, di cui un paio finemente ristrutturate e “sdoppiate” in due studio, mentre la nostra è ancora unica ed in stile genovese, con ripida scala all’ingresso e deposito lavanderia dietro, zona giorno al primo piano e camere con terrazzino all’ultimo.
Simulando ora una ricerca di alloggi, ne escono una decina: praticamente raddoppiati!
La facciata della “nostra” fetta di casa è decorata con serramenti del colore caldo del legno e con gli immancabili XISTA’: si tratta di una tecnica d’intarsio multistrato bianco-nera, su gesso, derivata dai graffiti genovesi, che rendono questo villaggio unico nel suo genere, come parte del circuito Unesco che ne comprende anche altri, ma qui gli xistà sono più diffusi, marcati ed evidenti e ricoprono anche l’imponente Cattedrale che domina il villaggio al posto della torre difensiva medievale. Ecco le più esaustive spiegazioni sui Mastichochorià:
https://www.chios.gr/en/
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La tecnica degli Xistà spiegata da Linda |
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Xistà Manor House ® |
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Pyrgì, case tradizionali decorate con xistà |
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Cattedrale di lato |
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Pyrgì, Cattedrale |
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Pyrgì, cafeneio in piazza |
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Veduta di Pyrgì dal museo |
Nelle sei giornate di soggiorno in questo paesino, ci siamo concentrati solo su questa zona sudorientale, con brevi divagazioni.
I punti di interesse li elenco qui, anziché ripercorrere le singole giornate, con la precisazione che abbiamo scandito ogni giorno con una visita mattutina di tipo culturale o naturalistico, le ore centrali con pranzo al sacco o in taverna in spiagge diverse (ma tornando più volte ad Agia Dinami e Mavra Volia), ed a volte una visita pre-cena, ad esempio al capoluogo, con cena e “struscio”. Amiamo questo modo di alternare le visite trascorrendo le ore centrali in spiagge, generalmente abbastanza o molto ventilate, spesso uscendo al mattino e tornando direttamente dopo cena.
In sintesi, le attrazioni di Chios meridionale e centrale:
- Pyrgì: come già detto, è il villaggio della Mastichochorià più caratteristico, grande, fortificato ed accogliente.
Qui ci siamo sentiti a casa, nonostante fossimo tra i pochissimi – mi è parso forse addirittura unici – visitatori stranieri. Questo sia per le cortesie ricevute, sia perché la seconda sera ho trovato una seggiolina per me nel vicolo per scambiare qualche chiacchiera e dolcetto con le signore, e perché era diventato familiare svegliarsi con i rumori del centro che intorno alle 8 del mattino si animava. E anche per i bellissimi libri illustrati a disposizione in casa, sulle ricche tradizioni locali, con i quali ho fatto troppo tardi un paio di sere.
Ci è capitato di assistere ad un Battesimo con festa in piazza, abbiamo cenato nella stessa piazza affollata, chiacchierato nel “circolo del vicinato”, abbiamo girato e rigirato ed ammirato le case genovesi decorate nei colori ottici bianchi e nero interrotti da figure dipinte, serramenti in legno massiccio di colori caldi e solidi, pomodori secchi appesi ai muri.
Infine abbiamo trovato la presunta residenza di Cristoforo Colombo.
L’anziana signora che la abita e siede sull’uscio sostiene non sia vero, credo non ci tenga affatto alla notorietà; non si sa se effettivamente sia nato qui, fatto sta che i diari personali di Colombo sono in greco, ed in quel periodo l’isola era parte del territorio genovese a tutti gli effetti.
Ci siamo pure imbattuti, come una caccia al tesoro, nell’antico portale di una chiesetta bizantina, Agioi Apostòli, sotto il livello del suolo, e infine abbiamo indovinato la pianta quadrata dell’imponente ex torre che, come in tutti i villaggi della zona, si stagliava al centro della piazza, oggi occupata dalla Cattedrale, anche questa ovviamente tutta ammantata di xistà, così grande che rende angusta la piazza e difficoltoso riprenderla in una solo foto che le renda giustizia.
- Non può mancare, per chiunque si trovi sull’isola, una visita mattutina un po’ approfondita, magari prima di scendere alla comoda e vicina spiaggia di Komi, al Museo della Masticha, finanziato dall’Unesco, in cui volano le ore imparando molto sulla storia e su questa monocoltura, il cui commercio nel Mediterraneo, oltre a garantire una relativa prosperità agli abitanti (che non dipendono dal turismo), coinvolge e fa comprendere l’intera storia dei commerci di questo mare, e l’attrattiva che questo bene prezioso esercitò nei secoli sui dominatori genovesi, veneziani ed ottomani.
Ancora oggi è esportato in tutto il mondo sotto forma di alimenti e cosmetici.
Per saperne di più, la guida più completa è il sito del museo:
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Museo della Masticha |
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Museo della Masticha: spiegazioni |
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Museo della Masticha: plastico del villaggio-tipo |
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Museo della Masticha: sezione casa tradizionale |
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Lentischi e villaggio: connubio indissolubile |
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Spiaggia di Komi |
- Skala: nulla di speciale, è il porticciolo di Pyrgì dove si trova il pesce fresco.
Qui abbiamo cenato due volte, una delle quali salendo direttamente dalla famosa spiaggia Mavra Volia, che dista 5 minuti di passeggiata. Non è attrezzata e piantare l’ombrellone sui sassoni neri e levigati è impegnativo, consiglio di recarsi il pomeriggio quando si allunga l’ombra del retrostante monte ed è meglio una giornata ventosa: qui godrete di un luogo riparato in cui arriva una lieve brezza che mitiga molto l’effetto “fornace” delle pietre vulcaniche.
Qui incontriamo i primi e forse unici italiani, due pensionati intenti a saltellare tra Grecia e Turchia in moto.
Abbiamo preferito la seconda spiaggia camminando verso destra, maestosa, selvaggia e frequentata il giusto, con i colori variegati delle alte rocce retrostanti ed il profondissimo blu cupo del mare.
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Mavrà Volia |
- Spiaggia Karynta: su questa cala di sassolini bianchissimi, semiselvaggia e con un estremo molto riservato nonostante la presenza, nella zona centrale, di una ventina di ombrelloni e di un chioschetto, abbiamo trascorso una giornata quasi intera dopo la visita a Mestà, cui vanno dedicate almeno un paio d’ore mattutine.
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Karynta |
- Nea Monì: un’altra meraviglia Unesco, un vasto complesso monastico in un contesto naturale maestoso e panoramico
Si
trova a nord della regione Mastichochorià, verso il centro
dell’isola, qui l’esauriente illustrazione del sito:
https://it.wikipedia.org/wiki/
Ci siamo arrivati, con un ultimo tratto di 2 km di sterrato a curve, fattibile con attenzione, partendo dal quartiere Kmbos, ma, per stare tranquilli, è migliore la strada che passa per il capoluogo.
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Nea Monì |
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Diga vista dai tornanti sotto al Monì |
- Kambos è un quartiere residenziale ed agricolo unico nel suo genere, una piccola, verde vallata a 3 km a sud della città capoluogo, dall’architettura unica ed impressionante: consiglio una passeggiata mattutina tra le ville, gli agrumi, le orchidee.
Nel XIV secolo i Genovesi scelsero questa località per costruire le loro magioni, gli archontikà, come fecero anche gli aristocratici locali negli anni a seguire, in stile particolare, con scale esterne, archi, grandi ingressi e portali riccamente decorate, con alte mura per proteggere gli agrumeti dal vento, un complesso sistema irriguo di cisterne e pozzi.
Il materiale di edificazione è pietra sanguigna di Tyimianà, così detta per le sue evidenti caratteristiche.
Ogni casa ha un giardino grande con i fiori e le cisterne decorate in marmo che si trovano spesso al centro dei cortili.
Tutto ciò è ben spiegato nel Museo degli agrumi, unico modo per visitare un archontikò, idealmente da vedere dopo il giro mattutino, appena apre.
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Kambos, archontikò |
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Archontikà illustrati nel Museo degli Agrumi |
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Museo degli Agrumi: storia delle famiglie genovesi |
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Museo degli Agrumi: stemmi delle famiglie genovesi |
Passeggiare qui dà un senso di pace; alcuni archontikà si stanno già trasformando in BB o anche hotel di lusso. Nel giardino del museo abbiamo assaggiato il miglior succo di mandarino mai sorseggiato, accompagnato da torta al limone.
All’interno si ha la possibilità di vedere e capire come “funzionava” ogni palazzo-unità produttiva in questo originale ed unico contesto: la storia, le esportazioni, famiglie e personaggi di rilievo, le tradizioni ancora vive e ben custodite.
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Museo degli Agrumi: chiosco in cortile |
- Daskalopetra: qui siamo arrivati in tarda mattinata, dopo aver visitato Kambos e Monastero, scendendo la panoramica in direzione del capoluogo, di cui costituisce in effetti un sobborgo. I tornanti che scendono fanno intravedere un panorama maestoso, scandito a metà da una diga, e ci si meraviglia di quanto sia estesa la città, che non si può definire la classica Chora.
Si narra che in questo luogo Omero tenesse lezioni ai suoi allievi, seduto sulla pietra nei pressi dell’omonima spiaggia, la quale non è certo speciale, ma ha ombrelloni comunali gratuiti, un angolino inatteso con alcuni tavolini di un bar tranquillissimo, e acque chiare e cristalline.
Da questo punto, l’urbanizzazione che correda il luogo, a tutti gli effetti cittadino e frequentato da studenti e lavoratori in pausa pranzo, appare poco visibile.
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Lezione dalla Daskalopetra |
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Spiaggia di Daskalopetra |
- Mestà è imprescidibile: si tratta di un paese fortificato labirintico del periodo bizantino (XIV-XV secolo), splendidamente conservato nella sua evidente pianta pentagonale, con vicoli stretti ed edifici ravvicinati, con porte e finestre affacciate solo verso l’interno per difendersi dai pirati e dai turchi. Tutte le case sono collegate: recandosi su un tetto è possibile avviarsi e percorrere l’intero villaggio. La maggior parte delle stradine sono coperte con archi, i “voti”, ossia volte. Nel centro si trova la chiesa degli Arcangeli, dell’Ottocento, che appare quasi sproporzionata ma la cui mole è mitigata da gentili decori color manto di Madonna,
in piazza si trovano ristoranti e caffè. Qui abbiamo fatto colazione prima di recarci in una vicina spiaggia semi attrezzata.
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Mestà |
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“Oi votoi”, ovvero volte, nei vicoli di Mestà |
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Scorcio di Mestà |
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Cattedrale di Mestà |
- Olympi: segnalo che qui c’è una famosa grotta Unesco che a detta di tutti è impedibile; non amo il genere quindi l’abbiamo saltata, anche perché non eravamo attrezzati per le fresche temperature interne.
Il villaggio è carino e suggestivo, in corso di ristrutturazione, presenta l’evidente struttura della Mastichochorià, senza finestre sui muri esterni, almeno in origine.
Qui prevalgono i colori dei campi lavorati, della monocoltura verde cupo del lentisco, della pietra beige, persino - a tratti - di un cupo grigiastro, tutti segni dell’unicità ed originalità della storia locale.
...Chi cerca bounganville, vivace macchia mediterranea, cupolette blu, rimarrà inevitabilmente deluso; qui l’unico candore è il gesso spennellato alla base delle piante di lentisco, per preservare la purezza della preziosa resina che cola al suolo...
Olympi – che i locali pronunciano olibi - è raccolto attorno alla piazza dove ancora giocano i bambini e dove si trova una validissima taverna, frequentata dai locali e dai pochi visitatori; la taverna è dentro alla torre difensiva che ancora è conservata al centro del villaggio. La piazza ospita anche l’associazione folkloristica locale dove fare quattro chiacchiere.
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Olympi, vicolo |
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Taverna in piazza di Olympi, molto consigliata |
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chiesa centrale di Olympi, ex torre difensiva |
- Vessa: dall’esterno non appare particolarmente invitante, per noi è stata la tappa-colazione prima di recarci ad Agia Dinami, forse per la terza volta perché meravigliosa, ma non molto grande; immagino che, in alta stagione, sia opportuno incamminarsi tra gli arbusti per raggiungere la seconda caletta più distante dal parcheggio.
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Agia Dinami |
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Agia Dinami |
Tornando a Vessa, questo villaggio oscilla tra il passato sonnolento ed il fermento della trasformazione: i cantieri sono ovunque e “scandiscono” il nostro pigro passeggio mattutino, le antiche porte sono state dipinte con costumi e scene tradizionali instagrammabili, l’amministrazione locale ha trasformato piazzette e slarghi in spazi per installazioni artistiche abbastanza originali. Nel frattempo, la locale e credo unica taverna è ancora in attesa del cambio generazionale per l’inevitabile “riqualificazione”, che le toglierà la patina un po’ polverosa e trasandata – ma intanto ci facciamo preparare dall’anziana signora una generosa macedonia e squisite tiròpite fritte da portare in spiaggia: solo per stomaci attrezzati.
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Vessa |
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Installazione a Vessa |
Nel cuore dell’isola, segnalo alcune ulteriori mete interessanti, che non abbiamo fatto in tempo ovviamente a toccare: Monastero e spiaggia di Santa Markella, costeggiando alcune meravigliose baie lato occidentale, Anavatos, il villaggio fantasma abbandonato dopo la strage dei turchi immortalata nel dipinto di Delacroix “Il massacro di Chios”, e Volissos, porta del nord montuoso e punteggiato di villaggi diversissimi da quelli meridionali, e riferimento per percorsi trekking. Si dice sia il luogo natale di Omero, si sta aprendo ora al turismo, in effetti non lontano sembrano esserci spiagge molto interessanti e semiselvagge – per ora.
E da ultimo:
- Chios Città: l’abbiamo visitata nel tardo pomeriggio e sera, salendo direttamente da Paralia Daskalopetra, e senza perdere una sosta ai mulini pietrosi di Vrontados, simbolo dell’isola, schiacciati dal traffico della litoranea e dove mamme e bambini riescono a trovare il modo di fare il bagno.
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Mulini di Vrontados |
A ben vedere, benché noi non abbiamo avuto tempo, consiglio in generale di visitare il capoluogo alla mattina più che di sera, per coglierne l’essenza più che la movida, e soprattutto per visitare uno degli interessanti musei come quello del Mare, oltre che alcune attrazioni del Castro dall’interno, come i bagni turchi e Palazzo Giustiniani. Databile fra il XIV e il XV secolo d.C, si trova vicino all’ingresso principale del castello; fu probabilmente adibito a quartier generale del podestà genovese.
Il castro non è un monumento bensì un interessante quartiere, popolare e verace, in cui l’influenza turca è evidente nella struttura urbana ed architettonica. Il municipio mette a disposizione una app “visitchios” per inquadrare il codice dei punti interessanti e sentire la spiegazione mentre si passeggia.
Uscendo, si imbocca la via principale e moderna, in cui, al contrario che a Lesvos, negozi e attività sembrano molto vitali. Abbiamo caldo e poca fame, ceniamo con crèpes e gelato nella famosa gelateria Kronos, da cui si sente l’insistente celebrazione con tanto di megafono dalla vicina Cattedrale, e poi beviamo qualcosa in uno dei tanti vivaci locali del lungomare, in alcuni punti molto trafficato di auto, ma si trovano luoghi anche tranquilli ed appartati. C’è, infine, il negozio ufficiale della masticha, declinata in ogni sua immaginabile forma, lavorazione e trasformazione; facciamo scorta di saponette anche per qualche piccolo regalo.
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Palazzo Giustiniani |
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Ingresso al castello di Chios, di fatto un quartiere |
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Case tipiche nel castello |
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Bagni turchi, sempre nel castello |
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Rallentare: gatti! |
Tornando al parcheggio, naso all’insù ho modo di notare le palazzine decò e anni Cinquanta, che assomigliano incredibilmente al contesto in cui sono cresciuta nel quartiere di mia nonna a Piacenza, con i loro terrazzini tondeggianti sormontati da ringhiere, le tinte pastello, i cortili ordinati e le sobrie decorazioni inconfondibili.
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Passeggiando a Chios Città |
E’ tutto molto diverso da Mitilini, nonostante la vicinanza e la comunanza, già si sapeva ma realizziamo improvvisamente che queste due isole sono davvero due pianeti per architettura, natura e paesaggi, nonché, dal nostro punto di vista, una delle “combo” greche più arricchenti che si possano ideare!